E ritorno a Tarquinia (gennaio 1977)

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E ritorno a Tarquinia (gennaio 1977)

#1 Messaggio da Maestrale-F570 » mar 15 nov 2016 21:30

La sveglia inizia a cinguettare alle cinque del mattino del 5 gennaio 1977 ma il mio orologio biologico mi ha fatto svegliare da almeno quindici minuti, tanta l'eccitazione per il viaggio di ritorno verso la mia Tarquinia.
Mi alzo e vado nello stanzone adibito a salone con angolo cottura: la stufa alimentata con pezzi di traversine impregnate di creosoto è ancora tiepida.
All'epoca non si badava troppo per il sottile e tra coperture in amianto e riscaldamenti cancerogeni, l'importante era scaldarsi.
In fondo la casa è una vecchia cascina costruita al tempo del ventennio fascista, con grandi stanze comunicanti tra loro ed il bagno all'esterno, dove in inverno non ti puoi permettere di rimanere troppo per i tuoi bisogni, altrimenti rischi di congelarti le parti basse.
Dopo una rapida colazione, mi lavo, mi vesto, ed in maniche di camicia esco sul ballatoio per recarmi nel famigerato bagno: sono le 5:30, fuori ha smesso di nevicare da poco ed il cortile è completamente imbiancato con uno strato di una ventina di centimetri di coltre bianca.
Affretto il passo perchè il freddo è pungente e poco prima dell'arco delle scale che mi introduce al bagno, metto giù il piede destro per effettuare una frenata, ma l'infida ed invisibile lastra di ghiaccio, si intromette tra la suola della mia scarpa e la pietra arenaria con cui è fatto il ballatoio col risultato di farmi volare gambe all'aria per almeno quattro o cinque metri.
Mi fermo dolorante e bagnato sulla schiena, mi rialzo e entro in bagno.
Una volta espletati i bisogni fisiologici torno in casa, mi cambio la camicia e termino di vestirmi.
Le valigie sono già pronte dalla sera prima: me ne prendo una ed usciamo per incamminarci verso la stazione, ma stavolta con molta più calma.
La neve crocchia sotto le scarpe ed è ancora buio.
La rada illuminazione pubblica, mostra chiazze di luce giallastra alternati a lunghi periodi di buio.
I rami dei piccoli alberi che costeggiano la stradina che ci conduce alla stazione, sono carichi di neve e le foglie di un colore violaceo, sono bordate dal bianco del ghiaccio.
Ponzana è una piccola frazione, quindi in pochi minuti siamo alla stazione dove nel frattempo mio cognato che stava smontando dalla notte, ci invita ad entrare al caldo dell'ufficio movimento e ci consegna i biglietti per Tarquinia via Novara.
552 chilometri di strada ferrata che ci vedrà arrivare solo alle 15:30 del pomeriggio.
Ormai sono le 5:45 ed il locale 7533 che ci porterà a Novara ha già dato il transitato da Borgovercelli ed alle 5:50 un punto si iniziano a vedere i fari della E.626 che sferragliando e stridendo si ferma poco oltre il fabbricato viaggiatori della stazione.
Dopo un rapido saluto a mio cognato, si sale a bordo di una centoporte con i sedili in legno.
Il treno pur essendo partito solo da Vercelli è già caldo.
Ci sbottoniamo i cappotti ed iniziamo a pulire il vetro del finestrino ghiacciato per dare un'occhiata fuori.
Pur essendo buoi, si intravedono le sagome dei filari dei pioppi mentre passiamo sugli scambi e piano piano, il treno prende velocità.
La campagna è scura e silenziosa mentre il 7533 si avvicina a Novara.
Pochi minuti e siamo già al segnale di protezione e ci accingiamo ad entrare a Novara in deviata.
Si scende dal treno in pochi: ci sono ancora le feste, ed i passeggeri che da Vercelli devono recarsi a Novara prima delle sei del mattino sono silenziosi come la neve che sta scendendo in larghi fiocchi bianchi.
Il treno per Alessandria è un altro locale di cui non ricordo il numero, ma ricordo benissimo che si tratta di una composizione di una E623 con alcune Corbellini ed un paio di 32000.
La partenza del treno è indicata per le 6:11 che dopo circa un'ora ci porterà ad Alessandria.
Prendiamo posto in una 32000 declassata che si riconosce per la tela bianca sul poggiatesta ed il velluto verde dei sedili che è palesemente consumato ed inizia a stingere in prossimità delle sedute.
Il panorama fuori Novara è ancora scuro, ma quando giungiamo a Mortara inizia a fare giorno ed i contorni delle case e degli alberi non sono più fantasmi nella notte.
Anche qui, la neve cade copiosa e ricopre col suo candido mantello i marciapiedi della stazione.
Dopo una breve sosta, il treno riprende il suo viaggio: Olevano, Valle Lomellina, con lo stabilimento della Curti Riso proprio di fronte alla stazione, poi Sartirana, Torre Beretti ed infine Valenza, perchè a Valmadonna il treno non ferma.
Ad Alessandria arriviamo sul binario 1a (il tronco lato Solero) con qualche minuto di ritardo e ci affrettiamo al sottopassaggio del binario 4.
Alle 7:30 la sagoma di una E646 in livrea grigio nebbia-verde magnolia si affaccia sul binario dove siamo in attesa un bel gruppo di persone.
Il treno ci scorre davanti e la vettura di prima classe del diretto 2615 si trova in coda come da indicazioni del tabellone con la composizione dei treni.
Abbordiamo la vettura con lo slancio tipico di chi è impaziente di salire per prendere uno scompartimento tutto per se' e difatti a metà vettura ne troviamo uno completamente libero.
Sistemiamo i bagagli e ci sediamo comodi in attesa che il treno riparta.
I chilometri iniziano a sommarsi, e dopo le fermate di Novi Ligure, Arquata Scrivia e Ronco Scrivia che preannuncia la galleria Ronco di 8291 metri, iniziamo la picchiata verso Genova.
Come ama ripetere mia sorella, Genova, trovandosi sul mare, le riporta in mente il fatto che anche Tarquinia si trova sul Tirreno, e pertanto immagina di essere quasi a casa.
In realtà, da Genova Piazza Principe a Tarquinia sono 400 chilometri esatti, quindi ne abbiamo fatti solo 152 e la meta è ancora molto lontana e con tante fermate da fare.
La Liguria come al solito è noiosa: tante gallerie e molte fermate ravvicinate a cominciare da Genova Brignole,Nervi, poi Recco, Camogli, Santa Margherita Ligure, Rapallo, Zoagli, Chiavari, Lavagna, Sestri Levante, Levanto e Monterosso ed infine La Spezia, che dopo Vezzano Ligure, segna la fine temporanea delle gallerie (perchè ne ritroveremo alcune dopo Livorno) ed il ritorno del sole, che nel frattempo si è piazzato in alto nel cielo e ci sta accompagnando verso casa.
Dopo le fermate della Versilia con Sarzana a fare da apripista e nell'ordine Massa Centro, Carrara-Avenza, Forte dei Marmi-Seravezza-Querceta, Pietrasanta, Camaiore Lido-Capezzano e Viareggio, arriviamo a Pisa Centrale ad ora di pranzo.
I miei genitori iniziano a dare i primi segni di insofferenza, io invece mi sto godendo il viaggio ed inizio già ad essere malinconico perchè tra qualche ora sarà finito, e chissà quando tornerò...
Tra Pisa e Livorno ci sono 20 chilometri di campagna con l'unica stazione di Tombolo a metà percorso, poi transitiamo a Livorno Calambrone e si iniziano a vedere le gru del porto.
Pochi minuti di sosta e si riparte, dove le brevi gallerie tra Antignano e Castiglioncello non arrecano grosso fastidio se non per impedire di assistere al meraviglioso scenario della zona di Calafuria.
La stazione di Castiglioncello è decisamente originale perchè somiglia tantissimo ad un piccolo castello appunto, mentre Rosignano che è la fermata seguente, è un anonimo fabbricato che va più che bene per la Solway e la spiaggia bianca creata dai residui del bicarbonato prodotto nel locale stabilimento.
Dopo Rosignano c'è Cecina, ed ora siamo in Maremma, che termina a sud proprio a Tarquinia; ci stiamo avvicinando sempre di più a casa.
A Campiglia Marittima, sul marciapiedi del binario 1, sul lato Follonica, si trova una cosa particolare: una statua bianca di un cane con un cappello da ferroviere ed una paletta da capostazione: si tratta di Lampo, il cane ferroviere, che negli anni '50 viaggiava da nord a sud sui treni e scendeva sempre a Campiglia, perchè il suo umano di riferimento, tale Elvio Barlettani, capostazione, lo aveva preso con se'.
Questo esempio di fedeltà, tutt'altro che raro nel mondo animale, ma unico nel suo genere, finì il 22 luglio del 1961 a causa di un treno merci che investì Lampo.
Il comune di Campiglia volle dedicare a questo meticcio, la famosa statua che è tutt'ora visibile nella stazione.
Lasciandoci alle spalle Campiglia ed il suo cane ferroviere, giungiamo a Follonica, dopodichè, una bella tirata senza fermate fino a Grosseto.
Ormai il viaggio sta per terminare, sono rimasti 88 chilometri e la sola fermata di Orbetello ci separa dalla meta.
Superato il Chiarone, il panorama cambia: spariscono i cipressi e compaiono i campi coltivati; le curve iniziano a prendere il sopravvento sui rettifili e quando superiamo il ponte del fiume Marta, capisco che il mio viaggio è giunto al termine.
Nel frattempo abbiamo accumulato qualche minuto di ritardo, ma va bene così, vista l'avventura dell'andata, arrivare con dieci minuti, è un vero e proprio sollievo.

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